Facendo memoria della nostra storia... più o meno in quarant'anni




NEL SEGNO DEL CONCILIO 1967-1980

Sono anni caratterizzati da forti segni di speranza nel mondo e nella Chiesa. E il tempo in cui un mondo, per molti aspetti ancora cristallizzato, con riferimenti collettivi radicati nella tradizione, fa spazio ai sogni (pensiamo a Luther King, ai primi segnali di rifiuto della logica della guerra fredda, all’entusiasmo accompagnato da tutte le sue contraddizioni, espresso dalle manifestazioni del 68, da quella contestazione globale che investe tutti i settori della vita da quella civile a quella religiosa, da quella politica a quella ecclesiale). Ma per i cristiani sono soprattutto gli anni del Concilio, quando la Chiesa tutta si reinterroga sulla sua funzione profetica, sul come essere qui e oggi testimone credibile del Cristo Risorto. E’ in questo tempo che nasce anche la nostra comunità parrocchiale, dove il clima conciliare di speranza, di condivisione, di ripartenza dagli ultimi si fa concretezza nell’esperienza di una comunità che, accompagnata da don Domenico, don Roberto e don Luciano, inizia un cammino insieme. Un po’ tutti hanno qui da poco costruito la loro casa nuova e, insieme, con l’entusiasmo dei neofiti, iniziano l’avventura che li chiama a costruire la casa comune, fatta di relazioni e di luoghi, di primi gruppi e di primi mattoni. La nuova chiesa, nella sua forma e nella sua incompletezza, riassume un po’ tutto lo spirito che anima questa avventura e per tutti quell’essere dedicata a S.Francesco ne esprime profondamente lo stile.
Potremmo definire quegli anni il periodo della solidarietà, ricercata nei rapporti e nelle cose da fare. Accanto a tutti questi fermenti, in sintonia con l’esperienza più generale della Chiesa e della società tutta, cominciano a farsi strada quegli elementi di crisi che fin dall’inizio hanno accompagnato la speranza di costruire un mondo veramente nuovo. Si parla di crisi giovanile, le profonde istanze di rinnovamento e di giustizia devono fare i conti con un clima crescente di tensione e di violenza, si assiste a un rapido tracollo dell’associazionismo cattolico, i Seminari quasi improvvisamente si svuotano…segnali tra i tanti che si sta avvicinando una crisi epocale.


1980 – 1990 - NEL SEGNO DELLO SPIRITO E DELLA COOPERAZIONE

Il decennio che si conclude con l’89/90 (e che per noi coincide con la presenza di don Lorenzo, don Mariano B. e don Efrem) è segnato per un verso dalla consapevolezza crescente che il mondo si va facendo sempre più piccolo, che quanto avviene in terre lontane ci interessa e ci coinvolge direttamente, per altri aspetti inizia a farsi urgente il bisogno di definire coordinate, di orientarsi in un contesto sempre più caratterizzato dalla complessità. Pensiamo ai profondi cambiamenti che nel giro di pochi anni stravolgono gli equilibri internazionali, trovando il loro culmine nel crollo del muro di Berlino. Siamo in un’Europa che deve tutta ripensarsi, che improvvisamente, scomparse le “cortine”, ha visto svanire punti di riferimento, che deve gettare le basi per una nuova cooperazione internazionale.
La società vive una fase che vede affievolirsi le istanze di cambiamenti radicali, mentre cresce il progressivo distacco da tutto ciò che è istituzione. Si diffondono con crescente rapidità modelli e stili di vita fondati sul consumo e l’improvviso apparire delle tv commerciali proietta e distribuisce un’immagine di una vita orientata al successo rapido, di una vita tutta da godere. E’ in questo tempo che i segnali di crisi della famiglia si fanno più forti, che cresce il disagio soprattutto tra i giovani, sempre meno testimoni e protagonisti di una dimensione profetica. Per un numero crescente al progetto che impegna o crea rottura si sostituisce la ricerca di una normalità che poco interroga o di alternative che allontanano e fanno dimenticare i problemi. Anche la Chiesa vive tutte le tensioni e gli interrogativi che avevano accompagnato l’entusiasmo del dopo Concilio e l’instancabile peregrinare di Papa Woitila testimonia che gli orizzonti stanno cambiando. L’Europa, l’Italia e anche la “cattolica Vicenza” (così, con orgoglio tante volte la definiva 20 anni prima il vescovo mons.Zinato) si stanno rapidamente scristianizzando, mentre è in terre lontane che maturano forti esperienze di fede e di chiesa. Si moltiplicano i segnali che sta andando in crisi un modello: la parrocchia non è più percepita da un numero crescente di persone come unico luogo d’incontro e forse neppure quello più adatto per accompagnare un profondo cammino di riconversione e di fede. Alla domanda di rievangelizzazione e di rinnovamento della Chiesa la risposta più incisiva e coinvolgente è offerta dai nuovi movimenti ecclesiali, che portano nella comunità segni nuovi della presenza dello Spirito e insieme ripropongono l’interrogativo: che futuro ha la parrocchia?
E veniamo a S.Francesco. Chi ha vissuto quegli anni partecipando alla vita della comunità li ricorda come un periodo ricco di fermenti, di esperienze e di iniziative.
Nell’84 comincia ad uscire e ad essere distribuito in tutte le famiglie “Camminare insieme”, prezioso strumento per annunciare la Parola e rileggerla trasformata in vita nelle diverse, concrete situazioni. Si costituiscono nuove realtà formative, rivolte ai più piccoli (nell’86 inizia l’ACR) e ai giovani : con lo stimolo e la guida di don Efrem e don Mariano si costituisce un Gruppo Animatori, per formare e coordinare chi anima i nuovi Gruppi giovanili del dopo-Cresima. Particolare attenzione è dedicata alla famiglia, prima cellula della comunità, e nascono numerosi gruppi sposi, con l’obiettivo di confrontarsi con la parola di Dio, scambiarsi esperienze e porsi a servizio degli altri. Completando un cammino già avviato si consolidano e si rinnovano esperienze che aiutano ad approfondire conoscenze (le coppie che festeggiano 25° e 50° di matrimonio diventano gruppo) o condividono l’esperienza dell’età avanzata: nell’85 si costituisce formalmente il Club Sempreverdi, proposta maturata all’interno del Gruppo Sportivo Ricreativo S.Francesco, per dare spazio ad interessi e occasioni d’impegno a quanti, conclusa l’età lavorativa, potevano disporre di tempo per conoscersi o da dedicare agli altri.
Altra espressione di una comunità che si riconosce e partecipa, si ritrova nelle iniziative promosse dal Comitato Lampada di S.Francesco, partito già del 1978. Giungono a maturità anche esperienze più ampie, ma nate qui: pensiamo alla Cooperativa Insieme che trasforma in progetto concreto l’impegno per gli ultimi avviato ai tempi di don Roberto Reghellin.
E l’elenco potrebbe continuare, perché in tutti questi anni tanti sono i segni di servizio, spesso silenzioso (dal gruppo ecologico, ai ministri dell’Eucaristia, dai gruppi del volontariato al gruppo liturgico). Anche ad una rapida rilettura non sembrava quello un tempo di crisi della parrocchia o almeno di quella crisi diffusa che si percepiva guardando un po’ più lontano.
Nel quotidiano lo Spirito opera concretamente attraverso le persone che in quel tempo si ritrovano, ma possiamo individuare in quel periodo due particolari dimensioni che hanno favorito tutta questa vitalità: -In primo luogo la presenza di una comunità (di un quartiere) sostanzialmente omogenea, favorita dalla stabilità. In 20 anni si era avuto il tempo, ed era stato fatto molto, per conoscersi .
- il fermento portato dai movimenti ecclesiali, dove le esperienze maturate da molti al loro interno sono vissute trovando nell’ambito della comunità lo spazio concreto d’impegno. In questo contesto si inseriscono, alla fine degli anni 80, due fatti nuovi: è presentato il grande progetto urbanistico del PP12 (Parco Città) e si comincia a pensare alla costruzione (o meglio al completamento) della chiesa. Le due novità sono tra loro collegate, perché l’esigenza di ampliare la chiesa è avvertita come una risposta al previsto, notevole aumento dei residenti (si parla di almeno 800 nuovi abitanti).
La vitalità del quartiere (pur nella diversità delle opinioni) sembrava dare garanzie per poter affrontare la doppia sfida: aprirsi ad una comunità improvvisamente più ampia e trasformare la nuova chiesa “di pietra” in casa viva di uomini che condividono un cammino.


1990-2000 - NEL SEGNO DELLA NUOVA EVANGELIZZAZIONE

Per ripensare a quegli anni, in cui si definiscono tante delle dimensioni, delle aspettative ma anche dei problemi che oggi caratterizzano il nostro mondo, è bene, anche in questo caso, partire da uno sguardo globale. Cosa succede nel mondo e nella Chiesa?
E’ un periodo tutto attraversato dalla corsa verso il 2000, con un crescente desiderio di novità, ma, insieme, con un altrettanto diffuso timore per il nuovo.
Che cosa offre il nuovo che avanza? Intanto un mondo che sembra non più diviso da vecchie barriere, orientato a seguire il modello (solo economico?) delle democrazie occidentali. Protagoniste diventano sempre più una tecnologia e un’economia che scoprono nuove frontiere (basti pensare al boom dell’informatica e all’apertura dei mercati sempre più a dimensione globale, dove a farla da padrone sono più le multinazionali che gli stati stessi).
Sono fenomeni che producono la nascita di nuove professionalità (spesso fondate sull’immagine, sull’apparire) e favoriscono processi di rapido accumulo di ricchezze nelle aree (e per le persone) già ricche. Sembra di poter sempre più confidare nelle scoperte della tecnica e della genetica per sconfiggere malattie, fame, povertà…e la vita si allunga. Ma se cresce la consapevolezza e la padronanza di nuove risorse, questo nuovo orizzonte fa paura perché l’apertura dei confini e il crollo di vecchie barriere genera una internazionalizzazione dei conflitti (è il tempo della prima guerra del Golfo e della guerra “etnica” nell’ex Iugoslavia).
Nonostante gli annunci e gli impegni (segno di una maggior consapevolezza), cresce il degrado ambientale e il divario tra Nord e Sud del mondo. E’ proprio la ricchezza (e l’immagine del benessere, amplificata ed esaltata dalle tv) ad innescare il fenomeno sempre meno controllabile delle grandi migrazioni, in particolare dall’est europeo e dall’Africa (oberata da un debito estero ormai intollerabile). La società diventa sempre più “liquida”, perché aumenta un po’ ovunque il numero di chi non ha appartenenza, perché si sente senza patria o si avverte estromesso.
Questo contesto fa crescere anche nel nostro paese un pessimismo diffuso, soprattutto nelle fasce giovanili, e trova espressione in una crisi generalizzata di quanto fino a pochi anni prima era vissuto come valore e al diffondersi di un generale relativismo etico. Diminuisce, a volte anche in modo traumatico, la fiducia in tutto ciò che è istituzione, dai partiti (è il tempo di tangentopoli) alla scuola, dalla famiglia (oltre all’aumento delle separazioni e dei divorzi, si diffondono le prime forme di convivenza libera) alla Chiesa. Il calo demografico che porta l’Italia ad essere il paese con la più bassa natalità è uno degli indicatori del disagio Per i cattolici poi, sul piano della partecipazione, la scomparsa di un contenitore comune (come lo era stata per tanti anni la Dc), determina la perdita di un’evidente identità, porta all’abbandono della partecipazione e fa emergere le tante anime che lo componevano, incapaci spesso di un autentico dialogo.
E’ in questo mondo più complesso, contraddittorio e smarrito che si inserisce il forte annuncio di Papa Giovanni Paolo II che, assumendo e valorizzando tutto ciò che aiuta a confrontarsi, va ovunque (è qui a Vicenza nel 91) per rinnovare l’annuncio di speranza, per invitare tutti a non aver paura e a “spalancare le porte” a Cristo. Lo fa soprattutto con i giovani, attraverso le straordinarie esperienze delle Giornate della Gioventù (che, in sintonia con i tempi, propongono forme nuove per rimotivarsi e recuperare una dimensione progettuale e profetica). Lo fa cogliendo tutte le occasioni per invitare i cristiani a rifondare la propria fede.
Sarà questo l’orizzonte dell’impegno anche della nostra Diocesi, portato avanti in un contesto in cui l’annuncio della novità evangelica si alterna a forme di riaffermazione, a volte paternalistica, dell’autorità della Chiesa.
L’impegno è “ridiventare” cristiani, nella ormai matura consapevolezza che le forme tradizionali e il controllo sociale non sono più in grado di “farci nascere” cristiani: lo si deve diventare attraverso un confronto personale con la Parola e una scelta diretta e responsabile, maturata all’interno di una comunità. Tutte queste annotazioni generali (e necessariamente incomplete) ci possono aiutare a rileggere alcune esperienze vissute in quegli anni a S.Francesco.
Abbiamo parlato di un mondo che si amplia, diventa più complesso. Anche la nostra parrocchia deve confrontarsi in quegli anni con realtà nuove, legate non solo al nuovo insediamento di Parco Città che comincia ad ospitare le prime famiglie dalle provenienze più diverse, ma anche alla consapevolezza che i problemi e le aspettative sono sempre più comuni e non ci rendono diversi dalle altre parrocchie della città.
A partire dal 96 comincia un intenso lavoro di preparazione che porterà, tra il 98 e il 2000, al formarsi dell’Unità Pastorale, insieme alle parrocchie dell’Araceli, S.Andrea e Maria Ausiliatrice.
Abbiamo parlato di crisi di valori e di identità del cristiano. Anche a S.Francesco l’educarsi e l’educare alla fede rappresenta un impegno concreto e sofferto, che si esprime nella centralità del celebrare insieme il Giorno del Signore e in una riflessione profonda sui percorsi di catechesi.
Con l’aiuto di don Dario la consapevolezza che “cristiani si diventa” porta ad interrogarsi sul come fare catechesi oggi. Anche attraverso la scelta provocatoria di non fare catechismo per un anno, matura la consapevolezza dell’importanza che la famiglia condivida il cammino insieme ai figli, che la fede si scopre e cresce in un clima di coerenza. L’annuncio delegato a “specialisti” e confinato in un’ora alla settimana non ha senso se poi come genitori si trasmettono messaggi contraddittori e si imposta la giornata su valori completamente diversi. La riflessione porta alla costruzione di nuovi percorsi e al diretto coinvolgimento di molti genitori.
Abbiamo fatto riferimento all’aumento delle differenze tra chi ha e chi non ha. Anche a S.Francesco si diffondono nuove povertà, soprattutto tra chi viene da lontano. All’impegno sempre coltivato per realtà lontane ( con Tabira, missione particolarmente cara per la presenza di don Carlo Tessari; con i tanti progetti sostenuti con l’impegno quaresimale “Un pane per amor di Dio”) si affianca l’urgenza di affrontare le necessità di chi ci vive accanto e che, con crescente frequenza, bussa alla canonica. Inizia così il cammino che porta alla formazione di un Gruppo Caritas, in stretto collegamento con le realtà di aiuto coordinate dalla Caritas diocesana. Tra gli animatori dei gruppi giovanili l’impegno è tanto e stimolanti sono le proposte e le provocazioni di “Dimensione Giovani” il vivace inserto di Camminiamo insieme; ma cominciano a porsi concreti problemi di ricambio e di partecipazione: i locali della chiesa, e anche il sagrato, sono sempre meno luoghi ricercati di ritrovo e aggregazione. E ci si interroga sul crescente abbandono nel dopo-cresima.
Per tutti, infine, il decennio che si conclude con il Giubileo è il tempo dell’impegno concreto per il completamento della chiesa. Con un po’ di paura, con l’attenzione a non fare il passo più lungo della gamba e con l’impegno a conservare uno “stile francescano”, il 19 luglio 1995 si avvia il cantiere. Chi direttamente ha vissuto le fasi operative della progettazione e della costruzione ci guiderà nel ricordo; qui vogliamo solo sottolineare l’assunzione diretta di responsabilità di un gruppo di laici (che hanno alleggerito un peso veramente notevole per le spalle di don Mariano, fresco reduce dall’Africa a decisioni già assunte) e, per affrontarne il costo, l’impegno che coinvolgerà gruppi esistenti e farà nascere nuove iniziative.


Dal 2000 ad oggi… NEL SEGNO DELLA MISSIONE

Sempre partendo da uno sguardo globale, possiamo dire che questi ultimi anni ripropongono, spesso accentuate, tante, se non tutte, le aspettative e le tensioni che hanno caratterizzato il decennio precedente.
Alla centralità della tecnologia e della dimensione economica si accompagna un ruolo sempre più invadente dell’immagine che esalta modelli accattivanti e superficiali, segno di un crescente vuoto di valori, in cui tutto è relativo. Il fenomeno della globalizzazione diventa realtà che ci tocca ancor più da vicino: mondi fino a poco prima chiusi, come la Cina, o percepiti come “poveri e arretrati” (l’India) entrano di prepotenza nel nostro quotidiano; molte delle nostre aziende (soprattutto qui, nel “ricco” Nord-Est) cominciano a delocalizzare rendendo sempre più difficile per i giovani entrare nel mondo del lavoro e, quindi, il progettare il loro futuro. In un clima di crescente precarietà aumenta ancora di più la percentuale di chi rinvia o ha paura di impegnarsi nel matrimonio, di avere figli, di costruire vincoli duraturi.
In questo contesto, fortemente condizionato da difficoltà economiche ma insieme da una corsa crescente al consumo, si inseriscono di prepotenza alcuni nuovi, specifici fattori.
L’11 settembre 2001, con l’attentato alle Torri Gemelle e la conseguente guerra al terrorismo segna l’inizio di una nuova fase della modernità, caratterizzata dall’improvvisa irruzione di un senso generalizzato di paura. Dobbiamo riconoscere che da quella data siamo e ci sentiamo tutti più in bilico, insidiati non solo dal terrorismo , ma anche da catastrofi tecnologiche e naturali, rivolgimenti politici, cataclismi finanziari e delinquenza che ci minacciano fino alla porta di casa o al parabrezza dell’auto. A questo senso diffuso di insicurezza e di paura si accompagna la perdita di tanti riferimenti: se ne va la lira, alle istituzioni si crede sempre meno, la famiglia è sempre più atomizzata, l’arrivo di tanti stranieri e l’apertura di frontiere fa temere la perdita di valori, tradizioni, stili di vita…
Si sente di appartenere, più che a una grande comunità, a un insieme di soggetti diversi sempre più difficili da catalogare. Come stiamo rispondendo a tutte queste sollecitazioni?
Naturalmente vi è l’impegno silenzioso, continuo di molti…ma come avviene per un albero che cade in una foresta che cresce, ad emergere sono spesso le posizioni più rigide e radicali, che portano a leggere la realtà in termini di contrapposizione, di bene e male, di noi e loro…E’ in questo clima, ad esempio, che si diffonde una lettura univoca dell’Islam (musulmano = terrorista) che genera sospetto e chiusura. Un clima che rende difficile una riflessione anche su temi un tempo scontati (pensiamo al dibattito sulle radici cristiane dell’Europa) e genera polemiche, spesso superficiali e strumentali, come sulla presenza dei crocifissi in classe o sui presepi.
E’ in questo contesto di comunicazione “bloccata” e di sfiducia diffusa che si inseriscono anche confronti dirompenti, come, qui a Vicenza, quello sulla nuova base americana al Dal Molin o le manifestazioni di “antipolitica” a cui anche in questi giorni stiamo assistendo.
Un accenno, infine, ad una dimensione su cui in queste settimane tutto il mondo si sta drammaticamente interrogando: il futuro del nostro ambiente. Non si tratta più solo di considerazioni generali o di situazioni particolari: per tutti i problemi hanno lo stesso nome (si chiamano effetto serra, acqua, foreste, aria, desertificazione…), tutti riconoscono il diretto rapporto con l’azione dell’uomo ma, soprattutto, si forniscono date sempre più precise e ravvicinate di un possibile tempo del non ritorno.
Limitandoci a queste osservazioni viene da dire che il 3° millennio è iniziato con un segno del tutto opposto alle tante speranze coltivate e questo ci porta a considerare poco le nuove opportunità che questo tempo ci offre e che dobbiamo saper riconoscere. Pensiamo alla velocità (anche se accompagnata da grande fragilità) con cui ora possiamo comunicare e trasformare luoghi “non fisici” in reali occasioni d’incontro; pensiamo alla rivendicazione generalizzata di una maggiore qualità della vita, sostenuta da una nuova coscienza ecologica non più riservata a piccole élites (anche se le scelte concrete sono ancora orientate dall’”etica del consumo”); ma pensiamo, soprattutto, alla grande occasione che ci è data dal doverci confrontare qui e ora con un mondo sempre più plurale.
Ci siamo così a lungo soffermati su dimensioni “generali” perché è proprio all’interno di questo contesto che siamo chiamati ad interrogarci sul senso e sul come essere cristiani oggi.
Anche la Chiesa nel nuovo millennio è subito chiamata ad affrontare le nuove sfide.
E’ un tempo è segnato dalla testimonianza tragica e sublime degli ultimi anni di papa Giovanni Paolo II e dall’inizio nel segno della tradizione del nuovo pontificato, che porta ad interrogarsi sul ruolo profetico della chiesa. Domanda di profezia a cui la Chiesa Diocesana risponde indicando un percorso, nato dall’ascolto dello Spirito compiuto insieme: affrontare con gioia la sfida del “diventare cristiani” in questo nostro tempo. E’ una sfida che impegna anche la nostra parrocchia a rinnovare i cammini di fede (ponendo al centro i sacramenti dell’iniziazione cristiana) e a recuperare il ruolo centrale della famiglia, “chiesa domestica” in cui nasce e matura la scelta di aderire al Vangelo.
L’invito del Vescovo risponde per S.Francesco ad una concreta urgenza, perchè anche S. Francesco
vive in questi anni trasformazioni radicali: da comunità di quartiere si ritrova ad assumere tutte le caratteristiche della periferia urbana. Il ricambio generazionale (molti dei figli nati qui trovano casa altrove), l’aumento delle persone anziane e sole, il completarsi dei nuovi insediamenti, l’arrivo di molti stranieri (possiamo rileggere alcuni dati, ripresi a parte in modo sintetico) stanno cambiando rapidamente (e radicalmente) la “realtà storica” di S.Francesco, quale era percepita fino a poco tempo fa.
Il cambiamento non è espresso solo dai numeri ma anche dalla consapevolezza crescente che molte cose, in cui avevamo creduto, non hanno reso secondo le nostre speranze: anche tra noi si è un po’ smarrito il senso della comunità, c’è sempre meno tempo per comunicare e confrontarsi, è cresciuto l’isolamento, è sempre più difficile scegliere di mettersi al servizio degli altri, si è progressivamente spenta la forza profetica del mondo giovanile….e contemporaneamente sono cresciuti disagio e nuove povertà. La testimonianza e la vita continuano ad operare, ma come in un mondo sempre più appartato, di pochi. Viene da dire che, costruita e inaugurata la nuova chiesa di pietra, stiamo faticando a costruire l’altra chiesa, quella fatta di pietre vive. Danno speranza la fedeltà e l’impegno che anche in questi anni si esprimono nell’attenzione silenziosa ma concreta agli ultimi, nel preparare e celebrare i momenti comunitari, nel promuovere e rinnovare occasioni di incontro e di festa, nella cura dell’animazione e della catechesi …
Ma dobbiamo riconoscere che si fa fatica. Un fatica accresciuta anche dai cambiamenti dei preti: nei primi anni ne avevamo anche tre; con don Bruno prima e don Gino ora, il parroco adesso è solo e vincolato anche da impegnativi servizi fuori parrocchia. In questi giorni stiamo facendo festa insieme, ma forse molti si sentono un po’ come i discepoli di Emmaus che riflettevano scoraggiati sulla fine di tante speranze.
Eppure è proprio in quel momento di difficoltà che si realizza l’incontro: aiutati a rileggere il loro presente alla luce delle Scritture, riconoscono Gesù e, pieni di gioia, corrono ad annunciarlo.
E’ questa l’esperienza che anche la nostra comunità è chiamata a vivere in questo tempo di MISSIONE.
Riscoprire personalmente la presenza di Gesù in QUESTA NOSTRA STORIA, riconoscere che anche nel silenzio e nelle contraddizioni del nostro mondo, Lui sta operando, per accogliere l’invito ad essere portatori di speranza per tutti quelli che ci vivono accanto, a partire da chi non abbiamo mai accostato.