PROGETTO PASTORALE
per l'anno 2009-2010


Annotazioni e testi formativi per gli operatori pastorali






IL VESCOVO CI SCRIVE alla conclusione dell'ASSEMBLEA DIOCESANA

"ERANO ASSIDUI ALL’INSEGNAMENTO DEGLI APOSTOLI" CONCLUSIONI DELL’ASSEMBLEA DIOCESANA 2009

A CURA DEL VESCOVO MONS. CESARE NOSIGLIA

L’icona che ha guidato e guiderà il cammino della nostra Chiesa durante l’anno pastorale 2009- 2010 vuole rappresentare il nostro comune impegno a proseguire il tema della scorso anno: “Chiesa casa e scuola di comunione”, ponendo questa volta l’accento sul secondo termine della frase: “scuola di comunione”.

1 ALLA SCUOLA DI GESÙ MAESTRO Nel Vangelo troviamo tante volte l’espressione “Maestro” riferita al Signore Gesù, riconosciuto come autorevole Maestro di verità e di vita anche dai suoi stessi avversari. All’inizio del suo ministero in Galilea, nella sinagoga di Cafarnao, udendolo commentare la Bibbia «tutti erano meravigliati delle parole delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca» (Lc 4, 22). Tutta la sua predicazione è protesa ad indicare agli uomini la verità rivelata, via di salvezza aperta a chiunque l’accoglie con gioia. Alla scuola di Gesù Maestro cresce la fede dei discepoli, si rafforza la loro maturità spirituale e lo spirito di servizio che sono chiamati a svolgere nel nome del Signore verso tutti (andate e predicate il Vangelo a tutte le genti..). A loro Gesù spiega le parabole perché comprendano i misteri del Regno e li istruisce con il suo esempio, perché vivano tra loro quella fraternità che li unisce insieme come un cuor solo e un’anima sola. Vediamo allora che l’insegnamento trasmesso da Gesù e la sua scuola non è fatta solo di parole, ma anche di gesti e di azioni ricche di amore. Come ci ricorda la Dei Verbum, la costituzione conciliare sulla Parola di Dio, «Dio, si è comunicato agli uomini con fatti e parole intimamente connesse tra loro, così che le parole interpretano i fatti e questi rendono credibili le parole rivelate». Questo significa che la “scuola” di cui parliamo nel nostro programma pastorale è un evento, una esperienza che investe tutta la vita della persona: la sua intelligenza, il suo cuore, la sua volontà e la sua testimonianza. Sintomatico è l’esempio che ci dà lo stesso Gesù quando, nell’episodio della lavanda dei piedi, afferma: “Voi mi chiamate Maestro, e lo sono. Se dunque io vi ho lavato i piedi anche voi fate come ho fatto io, lavatevi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13,14). Così il Maestro insegna ai discepoli la via della carità e del servizio e li invita a imparare da lui, che è «mite e umile di cuore». Scuola di vita, dunque, di esempio e di testimonianza: questo è quanto Gesù ha lasciato alla sua Chiesa, perché nel formare i discepoli percorra la stessa via.

2 LA CHIESA MADRE E MAESTRA L’icona che sta al centro del nostro incontro ce lo ricorda molto bene. Ci presenta la vita della prima comunità cristiana incentrandola su quattro pilastri portanti, vera scuola di comunione: l’insegnamento degli Apostoli, la frazione del pane, le preghiere, l’unione fraterna. E’ a questo esempio che dobbiamo dunque riferirci quando parliamo di “formazione pastorale” rivolta a tutti i membri della comunità. Ed è su questo fondamento che si innestano poi le specificità proprie di ogni servizio nella Chiesa. Paolo, nella lettera agli Efesini, richiama così i carismi e i ministeri dell’insegnamento: “E’ il Signore che ha stabilito alcuni come Apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, alla statura dell’uomo perfetti, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo”( 4,11-13). E aggiunge un riferimento alla sfida formativa che interessa oggi in modo del tutto particolare le nostre comunità: “Affinché non siamo sballottati come fanciulli, dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini con quella loro astuzia che tende all’errore. Al contrario, vivendo secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui che è il Capo, Cristo, dal quale tutto il corpo ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità” (12-26). Testo completo e mirabile che ci indica le vie di una formazione permanente di ogni ministero nella Chiesa: accogliere e seguire la verità nella carità. E’ la Chiesa che, Madre e Maestra, ci insegna a crescere nella conoscenza e nell’esperienza di fede e a viverla nella carità, anzitutto con la testimonianza dell’amore che la unisce, mediante lo Spirito Santo, al suo Signore e Maestro. Ogni parrocchia, ogni famiglia cristiana, ogni associazione o gruppo che voglia dirsi ed essere ecclesiale, è chiamato a rispecchiarsi nella icona della Chiesa degli Atti per operare nella comunione, fondata sulla verità della Parola e vissuta nella carità. La verifica fondamentale dunque del nostro “essere e diventare Chiesa comunione” deve partire da qui: dal nostro impegno a metterci in modo permanente alla scuola del Signore nella comunità, per nutrire la nostra fede mediante esperienze radicate nella fraternità umana e spirituale che solo alle fonti della Parola, dell’Eucaristia e della carità possono produrre frutti abbondanti di opere buone. In caso contrario possiamo fare tante cose, iniziative, convegni e discorsi, ma non cambierà nulla e ci ritroveremo ad inseguire il mondo delle parole vacue e inutili. “Dai frutti conoscete se l’albero è buono o cattivo”, dice il Signore. Le radici del nostro predicare, del nostro operare pastorale, del nostro agire nel mondo, non stanno nelle nostre forze, capacità o competenze, ma nel radicamento in quella vite feconda che è il Signore, nel nutrimento continuo alla sua Parola, all’ Eucaristia, al suo amore.

3 UNA COMUNITÀ ABITATA DAL VANGELO Abbiamo così indicato, in questa nostra Assemblea, il nostro comune obiettivo. Occorre dare una sterzata poderosa, ma convinta, alla nostra pastorale in questa direzione di marcia, e passare dallo spendere forze e risorse per organizzare e proporre incontri ed impegni per puntare con decisione sulla formazione a tutti i livelli, trasformando le nostre comunità in una scuola permanente di fede, di preghiera e di fraternità. A puntare anzitutto sulla fede, che non possiamo mai dare per scontata, e che è una scelta che va sempre rimovitata e maturata alla scuola della Parola di Dio. Cosa che richiede un impegno di discernimento e di verifica dei processi catechistici ed educativi della nostra pastorale di base, sia in parrocchia che nelle associazione e nei movimenti ecclesiali. Partiamo pure dall’esistente che ci coinvolge tutti, in misura diversa, ogni giorno. La Parola di Dio deve penetrare goccia dopo goccia nel tessuto vitale di tutta la nostra azione pastorale. Deve emergere come elemento fondamentale e decisivo del nostro stare insieme e del nostro agire sia mediante la lectio divina che la catechesi, la predicazione e la riflessione. Non possiamo più pensare ad una parrocchia che organizza, o offre spazi, alle iniziative dei diversi gruppi, anche a quelli che operano nel sociale, lasciando in ombra l’annuncio della Parola di Dio, quasi si trattasse di un elemento da relegare a momenti specifici e destinati a pochi volenterosi, da appiccicare a mò di francobollo sulla bella cartolina che abbiamo preparato. “Predica la Parola in tempo opportuno e inopportuno, non trascurare mai il tuo dovere di esserne annunciatore e testimone”: l’esortazione di Paolo a Timoteo è quanto mai attuale. Quando dico «Parola» intendo anche l’insegnamento degli Apostoli e della Chiesa, perché la Bibbia va sempre accompagnata dalla Tradizione e dal Magistero che autorevolmente la interpretano e la predicano. Per questo gli Atti parlano di assiduità all’insegnamento degli Apostoli.

Proviamo perciò a rileggere quello che già stiamo facendo, per vedere come possiamo fare della scelta formativa il cuore del nostro operare.

3.1 Molti Consigli pastorali sono nuovi e necessitano perciò di una adeguata formazione pastorale per comprendere il compito a cui sono chiamati ed essere di aiuto, con la viva testimonianza della loro vita, ai Pastori nella guida delle comunità. Sarà predisposto un apposito sussidio diocesano per far sì che ogni incontro del Consiglio pastorale sia aperto da una riflessione su temi inerenti alla formazione permanente alla fede e alla vita cristiana. I Vicariati che lo vorranno potranno promuovere incontri specifici per i Consigli pastorali usufruendo del sussidio nell’arco dell’anno. Anche l’incontro degli animatori, dei Capi scout, dei catechisti, dei ministri ausiliari dell’Eucaristia, della Caritas e ogni altro gruppo sia introdotto da un momento di riflessione e di accoglienza della Parola di Dio, secondo un itinerario programmato. Le associazioni come l’ACI e l’Agesci, i movimenti e le realtà ecclesiali di base sviluppino nel loro cammino di fede una sistematica catechesi “adulta”. A questo proposito lasciate che rivolga un invito a valorizzare l’Azione Cattolica in tutti i suoi settori, ed in particolare nella fascia delle famiglie e degli adulti. Per tradizione questa associazione ha sempre curato la formazione sistematica dei suoi membri e lo fa anche oggi con grande impegno. Ma anche i movimenti e le realtà ecclesiali che lo Spirito ha suscitato in questi anni meritano una accoglienza simpatica e positiva nelle parrocchie, perché possono rivitalizzare le comunità ed aprire vie inedite di missionarietà verso i cosiddetti “lontani”. La loro proposta formativa, spesso ricca di riferimento alla Bibbia e all’esperienza di preghiera, aggancia tanti giovani e adulti. E mentre invito sacerdoti e fedeli ad accoglierli con fiducia come un dono di Dio, chiedo ad essi di curare sempre che i loro itinerari formativi conducano i membri a maturare un vero senso di appartenenza alla comunità parrocchiale.

3.2 Nei periodi forti dell’anno liturgico si dia vita ai Centri di ascolto del vangelo nelle case. Essi rappresentano un modo popolare di far giungere la Bibbia nelle famiglie. La missione cittadina del Vicariato urbano di Vicenza ha mostrato quanto la gente abbia apprezzato la consegna del Vangelo nelle case e la successiva visita annuale dei missionari. La Lectio biblica, anche se in molte parrocchie stenta a prendere forza, non sia abbandonata e diventi punto di riferimento settimanale per gli operatori pastorali e i fedeli tutti. Le occasione sacramentali sono inoltre la via privilegiata per raggiungere tante persone che chiedono questi santi segni per se stessi o i propri figli, e possono diventare dei momenti forti di evangelizzazione e di “scuola di fede”. E’ vero che si tratta di occasioni, anche perché non è possibile un accompagnamento prolungato per tutti, anche se sarebbe necessario. La gradualità del resto fa parte del metodo di evangelizzazione, e spesso conta di più l’accoglienza e il dialogo sereno e coinvolgente che non tanti contenuti “obbligati”. Pur tuttavia queste occasioni restano decisive, in quanto attraverso di esse il primo annuncio può risuonare nel cuore delle persone. Dobbiamo credere di più nella forza del cherigma e meno nelle nostre parole o commenti, troppo umani per convincere o interessare. Solo la Parola di Dio ha la forza di penetrare nel cuore dell’uomo. Le nostre parole restano esterne e spesso vuote o insignificanti. Attraverso questa strada si possono raggiungere ancora molte persone e famiglie, per cui le indicazioni circa gli itinerari per i fidanzati con la proposta del cammino annuale di accompagnamento al Matrimonio, quelli per il Battesimo e la catechesi familiare nell’età della iniziazione dei fanciulli e ragazzi, rappresentano un obiettivo comune di grande rilevanza formativa per le comunità.

3.3 Questo ci chiede però di compiere la stessa scelta di Cristo che, per annunciare il Vangelo nelle case e alla gente, ha formato anzitutto un gruppo di 12 apostoli e poi di 72 discepoli. Alla sua scuola essi sono progressivamente cresciuti fino a diventare, con la forza dello Spirito, testimoni ed evangelizzatori del mondo intero. La formazione dei formatori diventa dunque la prima scelta da compiere e a cui tendere in ognicomunità. Essa va organizzata anche a livello territoriale, e non solo diocesano, in modo da favorire gli spostamenti e gli orari, aspetto da non sottovalutare per gli adulti d’oggi. Anzitutto la formazione permanente dei presbiteri, dei diaconi, delle religiose e dei religiosi, perché essi per primi sono chiamati a dare l’esempio dell’urgenza di una qualificazione costante del proprio bagaglio teologico, culturale e pastorale, per essere all’altezza del compito che il Signore ha loro affidato. Tante crisi e scoraggiamenti che percorrono l’animo di chi vive ogni giorno il ministero dell’annuncio derivano proprio dalla scarsa propensione a formarsi in modo sistematico: ci si trova così spiazzati rispetto alla cultura e alla mentalità della gente, fuori tempo, e si continuano a ripetere contenuti e messaggi poco incisivi per la vita delle persone, devozionalistici o estrosi, che attirano l’adesione esteriore delle persone ma lasciano di fatto vuoti di Parola di Dio e incapaci di rendere ragione della propria fede e della propria speranza. Attorno ai Pastori troviamo inoltre una schiera non piccola di operatori pastorali impegnati nei vari ambiti. Nutrire la loro fede e la comunione fraterna è la sfida che siamo chiamati ad assumere, ed è anche la risorsa più importante su cui fare leva.

3.4 Ringrazio il Servizio diocesano per la formazione permanente del clero, l’Istituto superiore di Scienze religiose, le Scuole di teologia per laici, le scuole di formazione socio-politica, l’università per adulti e anziani, l’Ufficio catechistico, l’Ufficio per l’IRC, l’Ufficio liturgico, l’Ufficio di pastorale familiare, la Caritas, Villa San Carlo e tutti gli altri… per l’impegno che mettono nel proporre corsi e itinerari di formazione per i diversi ministeri e incontri di spiritualità per singoli, famiglie, gruppi: si tratta di proposte molteplici e tutte qualificate. Cerchiamo di farne tesoro, ma anche di attivarci per favorire in loco degli itinerari che aiutino il maggior numero possibile di operatori pastorali a vivere il loro compito come una scelta “vocazionale”. Chiedo agli Uffici di tenere presenti questi due obiettivi: decentrare il più possibile nei Vicariati le iniziative di formazione e favorire tra di loro sinergie di programmazione in modo da non frammentare i propri interventi sul territorio e in Diocesi. L’attiva presenza di numerose e qualificate Scuole di formazione teologica sparse sul territorio della Diocesi sollecita a puntare decisamente su queste realtà anche come base portante della formazione dei vari operatori pastorali, in modo che tutti abbiano una solida base teologica e culturale, necessaria a svolgere con frutto il proprio servizio. Infatti, prima di pensare alle proprie e necessarie specializzazioni, occorre puntare su questa formazione di base comune a tutti. Ma occorre anche imparare ad andare oltre e puntare decisamente sulla formazione biblica “popolare”, rivolta a tutta la comunità. Elevare la cultura biblico - teologica e spirituale del nostro popolo è infatti il dovere di ogni comunità. Per questo invito le parrocchie a programmare per la Quaresima 2010 un corso di Esercizi spirituali al popolo, svolti con il metodo della catechesi degli adulti attorno al tema stesso dell’anno pastorale: “chiesa scuola di comunione”. L’iniziativa se attivata in tutte le parrocchie e preparata con cura può rivelarsi feconda, per far emergere l’importanza della formazione permanente per ogni battezzato e l’intera comunità.

4. LE CARATTERISTICHE FONDAMENTALI DI QUESTA SCUOLA DEL VANGELO. Come ogni scuola è necessario che anche la formazione di cui stiamo parlando risponda ad alcuni precisi criteri di riferimento.

4.1 Il primato di Dio e della preghiera
Le nostre comunità cristiane, afferma Giovanni Paolo II nella Novo Millennio ineunte, il testo da cui abbiamo tratto il titolo del nostro cammino pastorale di questi due anni, devono diventare autentiche «scuole» di preghiera, dove l'incontro con Cristo non si esprima soltanto in una implorazione di aiuto, ma anche in rendimento di grazie, lode, adorazione, contemplazione, ascolto, ardore di affetti, fino ad un vero «invaghimento» del cuore. Una preghiera intensa, dunque, che tuttavia non distoglie dall'impegno nella storia: aprendo il cuore all'amore di Dio, lo apre anche all'amore dei fratelli, e rende capaci di costruire la storia secondo il disegno di Dio. Occorre allora che l'educazione alla preghiera diventi in qualche modo un punto qualificante di ogni programmazione pastorale. Quanto gioverebbe che non solo nelle comunità religiose, ma anche in quelle parrocchiali, ci si adoperasse maggiormente perché tutto sia pervaso di preghiera. È necessario non smettere mai di imparare a pregare, quasi apprendendo sempre nuovamente quest'arte dalle labbra stesse del Maestro divino, come i primi discepoli: «Signore, insegnaci a pregare!» (Lc 11,1). Nella preghiera si sviluppa quel dialogo con Cristo che ci rende suoi intimi: «Rimanete in me e io in voi» (Gv 15,4). Questa reciprocità è la sostanza stessa, l'anima della vita cristiana ed è condizione di ogni autentica vita pastorale. Realizzata in noi dallo Spirito Santo, essa ci apre, attraverso Cristo ed in Cristo, alla contemplazione del volto del Padre. Imparare questa logica trinitaria della preghiera cristiana, vivendola pienamente innanzitutto nella liturgia, culmine e fonte della vita ecclesiale, ma anche nell'esperienza personale, è il segreto di un cristianesimo veramente vitale, che non ha motivo di temere il futuro, perché continuamente torna alle sorgenti e in esse si rigenera. Occorre valorizzare, col debito discernimento, le forme popolari, ma soprattutto educare a quelle liturgiche. La Liturgia, in particolare nel Giorno del Signore, è la più efficace e permanente scuola di formazione per l’intero popolo di Dio di cui possiamo disporre. L’anno liturgico rappresenta per ogni singolo battezzato il suo “catecumenato annuale”, che gli permette di crescere nella comprensione e nell’accoglienza del mistero di Cristo, partecipare alla sua morte e risurrezione e portare frutti abbondanti di opere buone. E qui desidero richiamare tutti al senso di responsabilità che l’azione liturgica esige, per essere vera e feconda, partecipata e aperta al mistero di Dio e alla fraterna comunione dei credenti. La liturgia non ci appartiene ed esige pertanto che sia svolta con la massima fedeltà alla Chiesa e con rigore ed obbedienza ad essa. Ogni selvaggia intromissione, cambiamento di formule, gesti, canti, sovrapposizioni di elementi umani, creativi e spettacolari, come si usa dire, che non rispettino le disposizioni e la sobrietà del rito, rappresentano un furto o una sopraffazione perpetuati ai danni del popolo di Dio, che ha diritto di trovare nella liturgia quanto la Chiesa gli offre. Il presbitero che presiede, come pure ogni ministro (cori compresi), non sono attori che mettono se stessi al primo posto, ma servi umili che debbono esaltare Cristo, la Parola di Dio, l’assemblea, quali soggetti prioritari dell’azione liturgica.

4.2 Il rapporto fede - vita
Nell’ impegno formativo deve sempre emergere con evidenza il rapporto fede – vita: l’evangelizzazione e la catechesi sono per la vita cristiana. Maria, dice il Vangelo, conservava nel suo cuore tutte le cose che le capitavano, meditandole. Il discernimento sul vita concreta e quotidiana, la traduzione dei contenuti della fede nei comportamenti morali, rappresentano elementi insostituibili della scuola del vangelo. La Parola di Dio, infatti, deve apparire a ciascuno come la risposta alle proprie domande, attese, aspirazioni e progetti di vita, senza dimenticare che è anche stimolo alla conversione, e va dunque oltre le attese dell’uomo, e a volte le contesta, le purifica e le orienta verso Dio e la verità. E’perciò un messaggio per una vita alternativa rispetto a quella proposta nel mondo e dall’ambiente. Tuttavia porta con sé una sintonia profonda e vera con ciò che l’animo umano attende e a cui aspira, perché ogni persona infatti è stata creata per il Verbo e nel Verbo, e solo quando lo trova si sente appagata e trova la sua felicità. Qui si radica la speranza che anima ogni missionario del Vangelo che ha il dovere di non smettere mai di predicare la Parola ovunque e ad ogni persona. La formazione pastorale esige questa apertura alla missione perché tutto ciò che riceviamo dal Signore lo dobbiamo donare agli altri,per cui diventa essenziale testimoniare e rendere ragione della fede e della speranza in Cristo. La nostra Chiesa è certamente una delle più aperte alle missioni. Basta pensare al migliaio di missionari che operano nel mondo intero. Questo slancio apostolico dobbiamo ora rivolgerlo anche tra noi, verso tante persone e famiglie che vivono ai margini della comunità o se ne sono del tutto allontanati. Ma anche qui emerge con evidenza che solo uniti e in comunione potremo annunciare il Vangelo: da questo infatti, dice il Signore, conosceranno che siete miei discepoli e il mondo crederà, se vi amerete e se sarete perfetti nell’unità.

4.3 La comunione ecclesiale
Quando parliamo di formazione pastorale indichiamo un obiettivo che riguarda non solo l’agire cristiano, ma anche il suo essere radicato in Cristo e nella Chiesa. Perché la comunità è sì il grembo della fede, e dunque scuola permanente di vita cristiana, ma anche il suo traguardo. Guai a staccare la formazione dalla comunità, pensandola come un esercizio intellettuale, finalizzato a soli scopi estetici o di soddisfazione delle proprie sensibilità ed esigenze culturali. La vita della comunità è un elemento insostituibile della formazione cristiana e pastorale. Essa ne determina i contenuti, i percorsi e le specificità. Rappresenta l’alveo portante del cammino da compiere e nello stesso tempo dà forza e vigore per nutrirsi della Parola e dei mezzi di grazia che dalla comunità riceve. Sono soprattutto i giovani che vanno resi protagonisti di tutto questo, senza paternalismi e senza strumentalizzazioni, ma lasciando loro spazi e concrete possibilità di intervento nell’impostazione della pastorale, non solo per quello che li riguarda, ma anche per la vita della comunità intera. A loro con il Sinodo abbiamo chiesto di collegarsi e di superare le estraneità che caratterizzano nella parrocchia le diverse esperienze di gruppo. Ma se la comunità non li aiuta con l’esempio e la testimonianza degli adulti come potremmo pretendere che siano loro a tracciare la via della comunione? Desidero far risuonare qui un brano di una lettera scritta da un gruppo di animatori e di giovani educatori al loro parroco e alla comunità. Si sono trovati insieme per riflettere su come essere e diventare comunità, vivendo gli impegni da corresponsabili e non solo da collaboratori. Scrivono: “La prima cosa che è emersa, è che viviamo e sentiamo la nostra parrocchia come una comunità, ma non come una comunione; non come un’unità, ma come tanti gruppi distinti senza legami tra loro e questo rende meno facile il cammino. Ci sentiamo piccoli e giovani e ci chiediamo quale sia il nostro posto. Per questo abbiamo bisogno di qualcuno che non ci dia solo dotti insegnamenti ed esortazioni o rimproveri, ma una pacca sulle spalle e un invito a non tarpare le ali del nostro entusiasmo, anche perché sappiamo che il nostro posto nella comunità ci viene dato dall’alto e quindi sentiamo l’impegno di coltivare con sincerità e con i nostri piccoli mezzi il compito che il Signore ci affida. Forse nella comunità c’è bisogno di parole semplici insieme ad esperienze di vita concreta e soprattutto tanta amicizia e ascolto reciproco: questo riesce ad arrivare direttamente al cuore delle persone, più di ogni altra cosa”. Parole semplici ed esperienze di ascolto fraterno: i giovani vanno al sodo e non girano attorno ai problemi. Solo le relazioni sincere e vere producono comunità, il resto produce solo ottima organizzazione, ottime esortazioni, ma poco amore.

4.4 La crescita di una ministerialità diffusa per la comunione e la missione della Chiesa
I doni dello Spirito, i carismi, i ministeri e le vocazioni sono diversi e complementari, ma unico è lo Spirito che li suscita e unitaria deve essere l’azione di tutti per servire la comunione e la missione della comunità. Siamo chiamati a passare da una responsabilità settoriale, e circoscritta allo specifico campo di impegno, all’acquisizione di una mentalità ampia, che fa sentire partecipi e servi dell’intera vita della comunità. I sacerdoti, parroco, vicari e collaboratori, debbono avere per primi questa visione ampia di riferimento nel loro ministero. Anche i Consigli pastorali debbono certamente possedere questa caratteristica se vogliono rispondere al fine per cui esistono e operano. Ma non possiamo dimenticare che ogni cristiano è chiamato a formarsi su questo aspetto, per non vivere ai margini della comunità ed essere pienamente inserito in essa, arricchendola con le proprie risorse umane e spirituali. Questo vuol dire che dobbiamo far crescere le vocazioni al servizio, puntare sul ricambio, fare spazio ai nuovi che si rendono disponibili a farsi promotori di iniziative e di proposte pastorali diverse, sia nei linguaggi che nelle modalità. Formazione pastorale significa appunto questo: fare in modo che ogni battezzato si senta responsabile in prima persona, o sia comunque consapevole e disponibile a seguire con attenzione e responsabilità tutte le problematiche che riguardano l’evangelizzazione, l’edificazione della Chiesa e la sua missione nel mondo. E quello che vale per ogni singolo fedele vale anche per ogni gruppo, associazione e realtà ecclesiale. Vorrei chiedere a quanti vivono esperienze simili in gruppi che hanno una loro vita ed un loro percorso formativo: verificatevi per comprendere se viene prima l’appartenenza al gruppo o alla comunità; le iniziative e le riunioni del gruppo o quelle stabilite per tutti dalla comunità; le esigenze del vostro gruppo o quelle della parrocchia di cui fate parte… Non è forse vero che a volte la parrocchia appare più un contenitore di realtà diverse e separate che una comunità unita in cui ogni realtà si pone a servizio della crescita di tutti, disponibile a rinunciare alle proprie iniziative a favore di quelle altrui? Come in una famiglia ci si educa giorno per giorno mediante le relazioni, le esperienze, le parole e i momenti vissuti insieme, così deve essere nella parrocchia, che dalla famiglia è chiamata a lasciarsi ispirare per promuovere stili di vita improntati all’amore e all’unità dei cuori. 4.5 Mettersi alla scuola dei poveri e degli ultimi

Impariamo dunque la difficile via dell’amare e lo possiamo fare mettendoci alla scuola di coloro che sono i privilegiati del Signore,in cui lui stesso è presente e operante nell’oggi della storia: i poveri, i malati e gli esclusi. Loro sono i nostri maestri che ci insegnano a soffrire, amare, sperare e vivere secondo lo stile e le scelte di Gesù, che ad essi ci rinvia per accogliere il suo volto, apprendere il Vangelo della carità e del servizio. Gesù ce lo insegna molto bene quando invia i suoi discepoli e i suoi apostoli davanti a sé e li manda a predicare il Vangelo ai poveri, ad entrare in ogni casa per portare la pace, a curare gli infermi e a scacciare i demoni annunciando a tutti che il Regno di Dio è vicino. Questa esperienza, che investe categorie ed ambienti diversi, rispecchia quanto Lui stesso, il Signore, faceva nella sua missione ogni giorno, e diventa una via molto concreta di apprendistato della carità, e perciò scuola di testimonianza e di missione. E’ l’aspetto più significativo della formazione di cui stiamo parlando: la centralità della persona nel cui volto contempliamo riflesso quello del Signore, e nelle cui necessità umane, fisiche e spirituali, scorgiamo un appello a farci prossimi e a condividere i tesori più preziosi della nostra fede: lo spezzare il pane della Parola di Dio, dell’Eucaristia e della carità. Ogni cristiano, i laici in particolare, sono chiamati ad annunciare il Vangelo accompagnandolo con segni concreti di amore, e mettendosi per questo in ascolto della vita, entrando nel tessuto quotidiano delle case, percorrendo le strade, ovunque ci sia un uomo che necessità di essere accolto ed amato, e portare negli ambienti della vita, della cultura, della politica, del tempo libero e del mondo del lavoro la propria testimonianza, per essere fermento di giustizia, di solidarietà e di pace. A questo i laici credenti debbono educarsi e formarsi, e la comunità cristiana non può disattendere questo specifico compito dei laici nella società, offrendo sia il sostegno della Parola di Dio e dell’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, che luoghi di discernimento comunitario, perché possano svolgere la loro missione con responsabilità, autonomia e fedeltà, ricercando sempre quella unità di fondo sui valori ispirati al vangelo e al Magistero della Chiesa, e decisivi per il bene comune.

5 LE UNITÀ PASTORALI, NUOVE REALTÀ DI FORMAZIONE PERMANENTE ALLA COMUNIONE.
La nostra Diocesi è fortemente impegnata a promuovere le unità pastorali. Sappiamo quanto questo sia un fattore a volte di difficoltà tra i presbiteri e tra i laici. Eppure credo che questa nuova sfida, che dobbiamo saper affrontare insieme con realismo e speranza, possa essere vissuta come una vera e positiva scuola di formazione permanente alla comunione. Alla comunione tra presbiteri, anzitutto, che può arrivare anche alla scelta della vita comune, ma che abbisogna in ogni caso di un costante incontro e dialogo, per crescere nella fraternità, nella preghiera e nella programmazione pastorale. Ma anche alla comunione tra e con i laici, che proprio grazie alle unità pastorali sono stimolati ad assumere in prima persona molti compiti, permettendo ai presbiteri di dedicarsi all’accompagnamento spirituale dei laici e delle famiglie. Nasce da qui l’impegnativo compito di dar vita ai gruppi ministeriali, come pure a ministerialità che assumano con responsabilità compiti di animazione e di promozione pastorale delle parrocchie, soprattutto di quelle che non hanno più il parroco residente. Penso in particolare ai diaconi permanenti, alle comunità religiose, alle famiglie che nella parrocchia diventano un punto di riferimento stabile, abitando, ove è possibile, nelle canoniche disabitate di cui abbonda ormai la Diocesi. Mi rivolgo in particolare alle associazioni, ai movimenti e ai gruppi ecclesiali, perché suscitino nelle persone, specialmente nelle famiglie che partecipano ai loro itinerari formativi, la disponibilità a fare una scelta vocazionale e ministeriale di povertà, scegliendo di abitare e di mettersi a servizio di una unità pastorale, per svolgere questo importante compito.

6 LA SPIRITUALITÀ DELLA COMUNIONE
All’origine di tutto questo discorso ci sta un preciso dovere che deriva dalla nostra comune vocazione battesimale: quello di formare ogni membro della Chiesa a vivere la spiritualità della comunione. Prima di programmare iniziative concrete di formazione occorre infatti far crescere in ogni nostra comunità quella spiritualità di comunione che cresce giorno dopo giorno attraverso ogni situazione di vita della comunità, delle famiglie, di ogni persona coinvolta nel processo formativo della fede e della vita cristiana. Da qui ne scaturiscono i quattro principi guida che Giovanni Paolo II ci offre nella Novo Millennio Ineunte e che sono incentrati anzitutto sul problema delle relazioni tra le persone. Vogliamo farli risuonare in questo contesto di preghiera. “Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell'unità profonda del Corpo mistico, dunque, come « uno che mi appartiene », per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni, per offrirgli una vera e profonda amicizia. Spiritualità della comunione è pure capacità di vedere innanzitutto ciò che di positivo c'è nell'altro, per accoglierlo e valorizzarlo come dono di Dio: un «dono per me», oltre che per il fratello che lo ha direttamente ricevuto. Spiritualità della comunione è infine saper «fare spazio» al fratello, portando «i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2) e respingendo le tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie” (N.M.I. 43). Senza questo cammino spirituale a nulla servono gli strumenti e i piani pastorali. Da questo dipende pertanto la riuscita del programma di questi anni, quel diventare Chiesa comunione che interpella ognuno di noi e ci sprona a convertirci al vangelo dell’amore donato e offerto. E’ un cammino nello Spirito che ci sta davanti come ci ricorda bene l’Apostolo: “camminate secondo lo Spirito, i cui frutti sono, amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” ( Gal 5,24). Lo Spirito è il Maestro interiore alla cui scuola impariamo a vivere la santità e ad esprimerla nella testimonianza.

Egli ci ripete questa sera l’invito rivolto alle sette Chiese dell’Apocalisse: “chi ha orecchi ascolti quello che lo Spirito dice alla Chiesa e lo metta in pratica se vuole possedere la vita”.